George & Whitney

Nascere nel 1963 con un talento mostruoso

Vendere decine di milioni di dischi

Diventare sex-symbol

Nonostante tutto, essere infelici

Poi, drogarsi

Morire troppo giovani,

imbruttiti, soli e disperati

Ma restare per sempre bellissimi

Grazie, Whitney. Grazie George

 

george-e-whitney

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I santi che vorrei essere

Vorrei essere San Sebastiano,

lasciarmi trafiggere dalle vostre inutili parole

senza sanguinare però

ma sorridendo immoto e sereno a ogni pungicata

e amandovi sempre più, senza rispondere

 

Vorrei essere San Giuseppe,

consapevole della propria imbarazzante situazione

incapace di imporre la potestas che sorge dall’atto generativo

Dolce, ubbidiente, accogliente, amorevole

Ma il più famoso capo famiglia al mondo

 

Vorrei essere Santa Claus,

per sorvolare con le mie renne questa città sporca e bagnata

illuminata come un presepe dal traffico suol raccordo a ogni ora

schivando droni e satelliti

per atterrare in piazza San Pietro

ed elevare una piccola, superflua, preghiera:

“Vi scongiuro: non parlate mai più di periferie”.

 

 

santi

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Guido (er Bassetto) ha chiuso

La Brexit, Trump, Renzi che va a casa

sono quisquilie

Guido ha chiuso,

e un grido di dolore, sottile  e poi potente

s’alza per Borgo ner mese de dicembre

Sgaloppine, caprese cor preciutto, du’ sottaceti

la pasta al microonde, quer vino che nun sai da dove viene

Non c’è più niente, il portone è chiuso

E’ inutilmente andrai sui sanpietrini cercando una locanda così vera,

calda, familiare e puzzolente

dove ubriacarti e scrivere poesie

Guido ha chiuso

e sale un’amarezza drento ar core

fine di un’epoca

fine dei giochi

addio

guido

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“Dioniso intrappolato”: i social-cosi come minacce per il Bello

“Allerta, disgraziati! Stiamo perdendo una generazione di artisti: intrappolati, resi eunuchi, lobotomizzati dai mostruosi social-cosi”. Il rabbioso, scomposto sfogo, datato settembre 2014, è di Max Holabarb, poeta e scultore maledetto, nonché guru digitale, che lo lancia paradossalmente su Twitter, con un disperato cinguettio, alla vigilia della sua imprevedibile dipartita. L’artista danese, al termine di una vita breve e tormentata, lasciava in rete questo lucido oracolo pochi istanti prima di lanciare il cavo del suo pc portatile, che si era legato al collo, su una delle travi del soffitto della sua casa di campagna, in Val d’Orcia, saltare giù da uno sgabello e lasciarsi dondolare dopo lo schianto, come pendolo beffardo. “E’ stata la sua ultima istallazione, l’unica credibile”, commenterà il giorno dopo su IL Foglione, forse con eccessivo cinismo, il critico d’arte Gregorio Sbarbi. Resta il fatto che prima del suo estremo sberleffo alla vita, Holabarb ci aveva lasciato una denuncia acuta, e finora rimasta inascoltata, del pericolo che rappresenta la vacuità socio-digitale per il povero Dioniso.

Una minaccia che si protende come cancro mortale su tre diverse fasi del percorso artistico per ‘soffocare l’ispirazione del Bello’, ‘sabotarne la generazione’ e infine ‘alterarne la percezione’, secondo la tripartizione abbozzata, nel suo breve saggio “Odio il PC, ma sono di sinistra”, dal prof. Alberto Rosa Rosae.

Da quando lo sviluppo della comunicazione in rete ha provocato il sorgere dei primi luoghi virtuali di auto-promozione artistica e poi di socializzazione, sono stati parecchi gli stolti che hanno creduto di trovarvi ambienti idonei all’ispirazione estetica. Max Magnus Enzesbeger, nel saggio “Für internetsuche wurstel, clikke und kartoffeln” (Magonza 2004), salutava ingenuamente la moda dei primi blog come un’“apprezzabile de-commercializzazione di internet”, capace a suo dire di “replicare nel mondo digitale la libertà magica del diario personale quotidiano”. Ancora più sprovveduto il sociologo fiorentino Massimo Checcherini che, in un fondo apparso su Il Vernacoliere, nella calda estate 2003, salutava l’avvento di Myspace, addirittura come “la rivincita democratica dell’artista sconosciuto”. “Finalmente – scriveva con ridicola enfasi l’accademico toscano – anche l’ultimo arrivato nel mondo della poesia, della musica o delle arti visive, avrà il suo laboratorio a cielo aperto, con vista sull’universo, per conoscere e farsi conoscere, in una parola per ‘vivere’ la sua dimensione estetica”.

Mai previsioni si rivelarono più intempestive e clamorosamente errate. In pochi anni, il proliferare sul web di numerosi e stolidi bloggers, nonché le funeste intuizioni del terribile ragazzino americano Mark Zucconeberg e dei suoi epigoni, avrebbero dimostrato senza alcun ombra di dubbio la fondatezza dell’allarme sussurrato in meno di 140 caratteri da Holabarb, un attimo prima di impiccarsi. La rete, come spazio di relazione e svago, è la prima nemica di ogni genio e, al contempo, annebbia le capacità di comprensione del fenomeno artistico, allevando, potremmo dire, parafrasando l’illustre semiologo Eriberto Rimbombo, “legioni di imbecilli”, convinti, aggiungiamo perfidamente noi, che un settenario sia un personaggio delle fiabe, un arabesco una minaccia terroristica e un incunabolo un pervertito.

Per elencare dettagliatamente gli effetti nefasti del cicaleggio telematico sui delicati meccanismi generativi dell’opera d’arte e su quelli ricettivi del fatto estetico, si può ricorrere a un recente studio britannico, apparso a puntate sulla rivista  “I tube, you tube, everybody tube in the tube” dell’Università di Bathroom, Cornovaglia. I ricercatori di quell’ateneo albionico hanno potuto sperimentare l’effetto nocivo dell’uso massiccio di Facebook e Twitter su un campione di promettenti dilettanti locali, versati in varie discipline artistiche, ai quali è stato chiesto, per sei mesi, di utilizzare massicciamente i social-network durante le loro attività quotidiane, in cambio di un misero compenso, fornito da un Fish&Chips locale che sponsorizzava l’esperimento. Al termine del periodo di studio, il 78,3 % dei soggetti testati aveva smesso di produrre manufatti artistici, elaborare testi letterari o creazioni musicali, cimentarsi nella danza o nella recitazione, preferendo a tali attività i videogiochi o la masturbazione. Il 17,7 %, pur proseguendo a fatica la pratica di queste attività ricreative, aveva riscontrato un preoccupante calo della qualità delle proprie intuizioni o performances, fino a cadere in uno stato di cupa depressione provocato dalla perdita di autostima. Tra questi, tre si erano suicidati, due avevano cambiato sesso e uno era diventato mormone. Solo i restanti avevano mantenuto un livello di produzione artistica accettabile, ma ciò aveva avuto ricadute pesanti in termini di stress fisico e nervoso, portando i candidati a maturare la scelta di disdire l’abbonamento a internet e mandare a quel paese il corpo docente dell’Università di Bathroom.

A chi, giustamente, nutrisse un severo scetticismo nei confronti di cotali statistiche d’oltremanica, si può rispondere esibendo a bella posta le parole del più stimato sociologo italiota: Melchiorre Baffolini Adamei. Costui, nel luglio 2015, in una celeberrima relazione al convegno internazionale di sociopatia, svoltosi a Montenespoli Terme, in coincidenza con la locale sagra dell’acqua calda, coniava la definizione “coglionessi”, che tanta fortuna avrà nella letteratura sul tema. Prova inconfutabile ne è il fatto che, la sera del 31 dicembre di quello stesso anno, nel suo discorso televisivo a reti unificate, il presidente Matterello, non nuovo ad estrose trovate, esordiva proprio con l’inconsueto saluto “Coglionesse e coglionessi, buon anno a tutti!”. “Buon anno a lei, presidente!”, gli avrebbe risposto giulivo dal letto di un ospedale psichiatrico l’ex-premier Amedeo Ranzi che, a causa della sua malattia psichica, parlava ormai con la tv come fosse un interlocutore umano.

“Attraverso quelle che ormai possiamo chiamare protesi digitali, ovvero i nostri cellulari – disse in quel mirabolante intervento il professor Baffolini –  oggigiorno siam tutti sempre connessi in rete, ma disconnessi, cioè alienati, dall’istante presente. Rifiutiamo l’hic et nunc, persi come siamo in un altrove che ci impedisce di vedere, interpretare, apprezzare e valutare la realtà che ci circonda. Siamo cioè talmente iperconnessi e scollegati dal mondo reale, da risultare in definitiva degli autentici ‘coglionessi’, coglioni e connessi, sempre in rete ma fessi”. Applausi scroscianti della sala e poi tutti al buffet.

La dissociazione conseguente all’utilizzo eccessivo degli smart-phone(s) nelle nostre giornate metropolitane è stata più volte descritta nei suoi acuti editoriali dal pedante giornalista e scrittore Umberto Catrameo. “Usciamo di casa, entriamo in ascensore e consultiamo la posta elettronica sullo smart-phone, ma mentre stiamo rispondendo a una mail di lavoro, ci arriva un messaggio su Whatsapp sulla chat degli amici del calcetto, e mentre lo leggiamo e ci viene in mente di rispondere con un simpatico selfie per mostrare che abbiamo con noi il borsone per la partita serale, lo stesso apparecchio squilla con l’inno della Roma e vediamo dal display che è il capufficio,  ma non facciamo in tempo a rispondere e allora ci arriva un sms che segnala la chiamata e intanto parte un allarme promemoria che ci ricorda che dovevamo buttare la spazzatura e cercando di bloccarlo e richiamare il capo ci scontriamo con la vecchia del quinto piano che aspettava l’ascensore e stava consultando l’applicazione sulla pressione arteriosa sul suo smart-phone, la quale spaventata lancia un bestemmione, ci chiude la porta di metallo in faccia frantumandoci il menisco e poi schiaccia il pulsante del quinto piano, prima di avere un ictus, per cui arriva al quinto piano in coma mentre il suo cellulare squilla riproducendo la Marcia dell’Aida”.

In breve, i piccoli elaboratori elettronici ultrapiatti che ci ostiniamo a chiamare telefoni, sono oggi – come li ha definiti genialmente il teologo gesuita Antonino Spadafora – “piccole porte su mondi ulteriori”. Ma l’artista – come spiegato noiosamente bene dal Catrameo – non può perdere tempo a chiacchierare con il resto dell’umanità, deve cercare l’ispirazione in sé stesso, nel silenzioso otium evocato dal filosofo romano Maccherone che lo riteneva indispensabile per poter udire appieno l’impercettibile canto delle Muse. Nessun artista può farsi Demiurgo mentre è impegnato in sei o sette conversazioni contemporaneamente e le informazioni lo bombardano incessantemente quasi fosse statua equestre esposta ai piccioni. “Ma soprattutto – nota ancora sottilmente il ripetitivo Catrameo – risulta arduo per chiunque avere a disposizione sempre una platea così vasta come quella dei social, che ci tenta incessantemente a pubblicare ogni passo del nostro cammino creativo, in un osceno,  perverso, controproducente disvelamento dei piccoli preliminari che preparano il coito generativo dell’embrione del capolavoro”. Immaginate il poeta Mauro Puzi che twitta i vari (spesso penosi) tentativi di trovare la rima giusta, o il compositore austriaco Gasthof Benher che mette su Spotify le noiose bozze preparatorie delle sue sinfonie, o infine lo scultore Mangiù che pubblica su Instagram tutti i ridicoli fallimenti che precedono la perfezione compiuta dei suoi plastici capolavori. Che fine farebbe il doveroso, sacro, mistero che deve avvolgere, in una nuvola di fascinoso riserbo, l’incerto, vulnerabile, tentativo creativo?

Ma, prima ancora, può l’ispirazione svilupparsi in un contesto dove sono annullate le coordinate temporali? E cioè nel contesto “del continuo presente digitale”, così definito dall’ormai insopportabile Catrameo? “La rete mette la foto del nostro bisnonno che morì a Caporetto accanto a quella di nostro nipote che guarda al computer la foto del nostro bisnonno che morì a Caporetto”, ricorda il brillante sociologo belga Derrick Chercaove . “Sul web tutto lo scibile è a portata di mouse. Ma quel topo è la nostra trappola”, aggiunge il medesimo, con un discutibile giochetto di parole. “Proprio l’annullamento del ‘tempo di attesa’, una volta necessario per scoprire una data, un’informazione, il volto di un personaggio o il titolo di un brano, ci ha sottratto il gusto dell’attesa e con esso il gusto della conoscenza”.

Se dunque, va infine registrata con amarezza la cassandrica precisione del monito di Holabarb, bisogna anche annotare la seconda e forse più grave conseguenza dell’influenza del web sul mondo delle arti. Aver illuso migliaia di mentecatti che oggi si credono ‘artisti’, solo perché capaci di irrorare la rete con le loro patetiche prove di assenza di ogni talento. Se un tempo potevamo trovare una scusa per non andare a quella triste recita parrocchiale dell’ex-compagno di scuola, non leggere il morboso romanzo della propria zia o respingere garbatamente l’invito a vedere le diapositive del viaggio a Mirabilandia dei vicini, oggi i social ci braccano fino alla toilette, con video, immagini e allegati in pdf che ci stringono al collo fino a toglierci l’ultimo respiro.

“Dove sei tu, oh Bello? ‘Ndove ti celi nella confusa, piatta, vociante, era digitale?”, potremmo dire in chiusura, citando gli ingenui ma efficaci versi del poeta Flavio Casagrande.  Forse, il canone estetico che sorge all’orizzonte, riacquista il senso tutto spirituale, direi ascetico, della ricerca del silenzio generante e della solitudine liberante. E l’artista del 2000 sarà il capitano di lungo corso capace di gestire la navigazione, senza rimanerne schiavo. L’Ulisse che chiederà ai suoi marinai di legarlo all’albero maestro, per non udire le sirene digitali, e navigare verso le Colonne d’Ercole della nuova arte.

A consolazione, ci restano le profetiche parole del poeta marchigiano Gianrico Giaguari, che, in un silenzioso pomeriggio  dell’estate del 1821, rinchiuso nella biblioteca paterna, vergava con cura sul suo diario la frase: “Quasi, quasi mi faccio il wi-fi”.

Fabio Colagrande

dionysos01

ARTICOLO APPARSO SUL PRIMO NUMERO DELLA RIVISTA “Diònysos”

http://www.edizionitabulafati.it/dionysos01.htm

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Peccato di aborto: gli effetti della scelta di Francesco

In chiusura dell’Anno Santo dedicato alla Misericordia, Papa Francesco ha pubblicato una Lettera Apostolica in cui, fra le altre cose, concede a tutti i sacerdoti la facoltà di assolvere chi ha commesso il peccato di aborto procurato. Scelta in linea con l’obiettivo del Giubileo straordinario: rilanciare il messaggio di misericordia del Vangelo e ridare così credibilità alla Chiesa cattolica.

Tale potere era stato affidato a tutti i presbiteri dal Pontefice già per il periodo del Giubileo, ma ora viene riconosciuto loro definitivamente. In precedenza, essendo l’aborto un peccato che la Chiesa reputa gravissimo e che comporta la censura della scomunica, l’assoluzione era riservata al vescovo e a dei sacerdoti da lui delegati.

Il cambiamento attuato da Francesco, quindi, consente a chi ha procurato un aborto di accedere più facilmente al confessionale. E’ lo stesso Papa a spiegare che ha voluto questa nuova prassi “perché nessun ostacolo s’interponga tra la richiesta di riconciliazione e il perdono di Dio”.

Semplificare il ricorso alla confessione non vuol dire declassare il peccato, ma prendere atto che chiunque voglia confessare questo delitto a un sacerdote ha già avviato un percorso penitenziale decisivo che, la grazia di Dio, non può che accelerare. E’ difficile pensare che qualcuno entri in un confessionale per confidare a un prete una colpa così odiosa, solo per ingannarlo. Non ne avrebbe alcun vantaggio e, in definitiva, prenderebbe in giro solo se stesso.

L’esperienza della pastorale post-aborto, insegna inoltre che non si guarisce in fretta dal trauma causato da un tale peccato. Soprattutto le donne che portavano in grembo una vita nascente e l’hanno soppressa, ma anche gli uomini che hanno contribuito in qualunque modo all’omicidio, soffrono a lungo le conseguenze di quella scelta. Spesso, ricorrono più volte al sostegno del confessore e hanno bisogno di un accompagnamento spirituale e psicologico. Al termine di questo cammino, però, queste persone divengono spesso i migliori promotori di una cultura ‘pro-life’, cioè anti-aborto. Lo prova il fatto che negli Stati Uniti, dove in molte diocesi i sacerdoti hanno questa facoltà da più di vent’anni, i movimenti contrari all’aborto sono molto diffusi.

Il sacramento della Riconciliazione, come ricordato altrove da Francesco a proposito dell’Eucaristia, non è, in questa visione,  “un premio per i perfetti”, ma “un generoso rimedio” che favorisce la redenzione del peccatore pentito, profondamente addolorato per ciò che ha fatto e deciso a non ricadere in quella colpa. La scelta papale responsabilizza quindi i sacerdoti e li spinge a essere sempre più vicini al popolo di Dio e alle sue sofferenze, nella misericordia e nella verità.

Francesco  lascia la scomunica, che sottolinea la gravità del delitto d’aborto. Ma, assecondando una tendenza già diffusa in molte diocesi del mondo, attribuisce ai sacerdoti una possibilità che consentirà un numero maggiore di confessioni di questo peccato, aumenterà la diffusione della grazia divina e quindi della cultura favorevole alla tutela della vita. Solo una concezione errata della Chiesa, purtroppo diffusa anche fra i cattolici, vista come istituzione che deve vietare e castigare, impedisce di coglierne il senso. Suo scopo primario non è punire i peccatori, ma avviarli verso la salvezza offerta da Cristo.

                                                                                                                          Fabio Colagrande

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Er Giubbileo der pacifista

Sta dommenica sè cchiuso er Giubbileo,

e qui a Borgo c’avemo un po’ di pace,

i turisti stanno ar Colosseo,

e qui tutto è tranquillo, tutto tace

 

Però me spiace nun vedè passare

li pellegrini oranti co’ la croce,

me davano un effetto salutare

me piace, la preghiera ad alta voce

 

Però, magara, finita la questione

puro i sordati armati andranno in altro loco

Se danno sicurezza e protezzione,

co’ la misericordia… c’entrano assai poco

 

tiratori-vaticano

 

 

 

 

 

 

 

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IL RE DIMESSO

corona

– “Nessuno mi ha costretto a  dimettermi. L’ho fatto perché non avevo più le forze per governare”.

(mellifluo) Ma ne è sicuro maestà? Non ci sono motivi oscuri dietro le sue dimissioni? Non è stato forzato ad abbandonare il trono dagli ambienti rivoluzionari vicini al suo successore?”

(sorpreso) Ma proprio no, anzi non giudico affatto chi ha preso legittimamente il mio posto un rivoluzionario, ma un continuatore del mio programma di governo che era improntato a dare nuovo slancio al nostro regno”.

(insinuante) Ma lei dice così solo perché ora non può parlare…”

(perplesso) Ma.. ma veramente io sto parlando, rilascio interviste e ho appena pubblicato una mia autobiografia”.

(sardonico) Sarà… Ma i toni concilianti che usa nei confronti di chi ha usurpato il suo regno non sono forse dovuti al tentativo di entrare nelle sue grazie e convincerlo ad ascoltare i suoi consigli di governo?”

(sbottando) Ma cosa sta dicendo? Cioè, lei sostiene che pur avendo la possibilità di parlare sovente con il nuovo re, essendo restato a palazzo, io mi debba ridurre a questi giochetti di comunicazione diplomatica per farmi ascoltare da lui? Ma dove crede di essere? In un dramma di Shakespeare? Davvero lei crede di essere un mio sostenitore? E mi sostiene affermando che tutto ciò che dico è falso e lo dico perché in realtà vorrei dire altro? E meno male che lei mi sostiene… pensa se fosse stato un mio nemico!”.

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